Nonostante in alcuni momenti la vita ci costringa all’angolo, possiamo sempre scegliere come reagire alle avversità. Ad alcuni il dolore e la sofferenza fanno emergere il peggio del proprio essere, mentre in altri, le condizioni avverse, sono l’occasione per far uscire il meglio di sé. 

Anni fa lessi “L’uomo in cerca di senso”, un libro che ha completamente trasformato la mia visione della vita e dell’esistenza tutta. In questo breve articolo cercherò di riassumere l’esperienza, il pensiero e il prezioso messaggio di Viktor Frankl, autore e psichiatra. 

Questa, è la sua storia.

Un plumbeo mattino del novembre 1942 lo psichiatra Viktor Frankl venne arrestato dai nazisti e deportato nel campo di concentramento di Theresiendstad nella città di Praga; con lui i genitori, il fratello, e la moglie Tilly. 

Nei tre anni successivi fu trasferito prima ad Auschwitz, poi a Turkheim.

Nonostante le malattie infettive negli anni di prigionia, tra cui il tifo e la petecchiale, Frankl sopravvisse. Non ebbero egual sorte i suoi familiari: nessuno di loro tornò dai campi di concentramento.

Frankl non si lasciò sopraffare dalla disperazione, decise invece di ricostruire il manoscritto a cui stava lavorando prima che i nazisti lo scoprissero e lo distruggessero. 

La possibilità di sopravvivere era a dir poco remota e quella di completare e pubblicare l’opera, impossibile. Tuttavia, prese la decisione di tentare aggrappandosi alla speranza.

“Logopedia e analisi esistenziale” fu scritto su pezzi di carta racimolati e con i mozziconi di matite trovati nei rifiuti delle guardie. In quelle condizioni tutto sembrava a suo sfavore, eppure Frankl riuscì a vedere le possibilità più che gli impedimenti e con determinazione completò l’opera. 

Il manoscritto vergato su quei pezzi di carta stropicciata, avrebbe in futuro rivoluzionato lo studio della natura umana.

Durante gli anni di prigionia, Frankl ebbe conferma di una teoria che aveva sviluppato già all’età di sedici anni: le persone che riescono a dare un senso alla propria esistenza credono di avere una missione da compiere, sono libere di scegliere le proprie reazioni anche davanti ai brutali accadimenti della vita: esse riescono prosperare in qualunque circostanza. Inoltre, per quanto disperate possano diventare le loro condizioni, rimangono fortemente attaccate alle proprie convinzioni. 

Oltre alle sue competenze e abilità, fu proprio l’esperienza dei campi di concentramento a dare valore e validità alla sua teoria.

Viktor Frankl scelse di considerare l’orribile prigionia come situazione da sfruttare a proprio vantaggio. Successivamente scrisse della meraviglia di fronte al fatto che una persona potesse essere privata di tutto, ma mai della capacità di scegliere come rispondere alle circostanze.

Egli era riuscito a creare uno spazio magico derivante dalla capacità di perseguire uno scopo, nonostante il dolore, nonostante le perdite. Su questi, aveva vinto per sempre la speranza di un futuro migliore.

Avete mai sentito parlare della Bibliomanzia?

La Bibliomanzia è un metodo di divinazione per mezzo di libri; si tratta di estrarre a caso una frase da interpretare come responso a una domanda che porgiamo a noi stessi. Tutto ciò che occorre è un libro.

Nello zaino porto sempre con me almeno quattro libri: due sono quelli che sto leggendo, gli altri due li scelgo tra quelli della mia libreria ogni mattina. Di solito tornano sugli scaffali la sera stessa per lasciare il posto ad altri due il giorno seguente. È un rituale a cui non rinuncio mai. Uscire senza libri mi fa sentire mancante, orfano di qualcosa. Oltre a questo, quei due sono i volumi che scelgo di consultare davanti a un problema o a una semplice decisione che devo prendere durante la giornata.

Vi racconto una storia:

Un giorno di tre anni fa viaggiavo in autostrada. L’asfalto nero scorreva sotto i miei occhi come la pellicola di un film. Rimuginavo su un problema di lavoro, cercavo di capire andando a snocciolare tutte le cause che lo avevano generato: le eventuali responsabilità da prendermi e quelle da addossare a qualcun altro.

Immerso nei pensieri rischiai di saltare l’area di sosta per fare rifornimento, avevo completamente il perso il senso della realtà al punto di non sapere dove ero.

Guardai l’orologio rendendomi conto solo in quel momento che viaggiavo da tre ore. Prima di fare gasolio presi un caffè e diedi un’occhiata alla libreria improvvisata su un tavolo, tipica degli autogrill: ne presi uno, aprendolo in una pagina a caso. Lessi:

” L’idea che ti spantani riflettendo, non mi ha mai convinto. Secondo me ci si spantana con un colpo d’ala, con un gesto azzardato che non sai a dove ti porterà, e su cui al limite pensi dopo, davanti alle conseguenze che ha prodotto, non prima. Il punto non è conoscere il problema, è uscirne. È come sapere tutto sui muri che ti circondano: non è che se li misuri vieni fuori di lì.”

Non ricordo chiaramente il titolo né l’autore di quel libro, forse di Gianrico Carofiglio, oppure di Lorenzo Licalzi, ma non sono sicuro. In quella pagina trovai la risposta al problema che mi affliggeva dall’inizio del viaggio; sì, avevo bisogno di andare oltre, di concentrarmi sulla soluzione e smettere di perdere tempo ad analizzare le responsabilità.

Uscii dall’autogrill più leggero, pronto a uscire dalle acque melmose. Da quel giorno non ho più smesso di praticare la bibliomanzia.

Se nella vita avessi dedicato il tempo alla soluzione dei problemi invece di esplorare minuziosamente ogni segmento delle cause da cui prendono origine, forse avrei risparmiato tempo da impiegare a godermi la vita.

A volte è necessario uscire dall’angolo al più presto per avere una nuova prospettiva, per concentrarsi, ad avvenimento ormai accaduto, sulle eventuali soluzioni. Rimanendo nelle osservazioni rischiamo di affogare nel pantano. Certo è, che l’analisi rimane importante per non replicare le cause che lo hanno generato, ma non prima di un colpo d’ali.

Mentre rientravo da una giornata densa di impegni iniziò a piovere, un temporale improvviso, forte, al punto che i tergicristalli non riuscivano a spazzare via l’acqua dal parabrezza della macchina. 

Mentre la pioggia martellava la lamiera dell’auto, sentii la sensazione della felicità. Capitava sempre più frequentemente di provare questa emozione senza un motivo. In quel momento capii finalmente di aver recuperato in salute ed equilibrio attraverso l’accettazione del mondo e di me stesso.

Sceso dalla macchina, rimasi a sentire le gocce picchiettare sul viso per un tempo che non saprei definire, con il risultato di inzupparmi gli abiti e le scarpe che indossavo. L’ultima volta che mi ero lasciato liberamente bagnare dalla pioggia avrò avuto sette o otto anni. Ricordo ancora le grida di mia madre quando aprì la porta di casa, ma questa è un’altra storia.

Tornato nel mio appartamento feci una doccia. Quando finii, il bagno era una nuvola di vapore. Con il telo di spugna asciugai lo specchio, lo stesso dove anni prima, mi ripetevo frasi tipo: Mi voglio bene, Mi amo, sono affascinante, ho stima di me, raggiungo qualsiasi cosa io desideri. Frasi vuote, superficiali, che pronunciavo come un mantra. 

Ogni volta che articolavo quelle parole sentivo stridere allo stomaco, come se due mani volessero sbriciolarmi gli organi interni. Con il tempo compresi che quel mantra ripetuto a pappagallo tutti i giorni non aveva nessun effetto sull’andamento della mia vita: non mi volevo bene, non stavo diventando affascinante, non avevo stima e ancor meno provavo amore verso me stesso. Per quanto riguarda il concretizzarsi dei desideri: il risultato era pari allo zero. 

Un effetto a dire il vero l’avevo ottenuto: la frustrazione.

C’è una frase che ho visto condividere più volte, sui social.

Sono parole di Anna Salvaye: “Non puoi vivere una favola se hai paura di entrare nel bosco.”

Sono entrato nel bosco, la parte profonda di me, attraverso la scrittura. Indagando le emozioni, le zone oscure che mi abitano, fino a prendere coscienza che la maggior parte delle cose che mi tenevano bloccato non erano altro che la paura di far emergere parti di me che spingevano per manifestarsi.

Quando accettiamo i disagi, la vita ci sorprende. Appaiono soluzioni ai problemi del tutto inaspettate. La nostra parte profonda agisce costantemente con l’esterno, e la realtà circostante. Nel momento che ne diventiamo consapevoli l’ esistenza cambia: il dolore, la sensazione di inadeguatezza, scopriamo non essere altro che evoluzioni dell’anima che svolgeva la sua funzione. Entrare in connessione con l’anima, accogliere la nostra natura, equivale a rinascere. La gioia di vivere appare all’improvviso, senza un motivo.

La favola del pensiero positivo, le frasi motivanti sono una banale menzogna. C’è una parte di noi che sa molto di più di quello che immaginiamo. È molto più semplice mentire agli altri che a noi stessi: per quale motivo dovremmo farlo poi?

Non è così complicato: un foglio, una penna, e il coraggio di entrare nel bosco.

Sono andato al mare, di mattina presto, mentre le stelle si spengono e il sole ancora non è nato. Passeggiare a piedi nudi sulla sabbia, senza un perché, solo per il piacere di farlo.

Non è forse questa la felicità?

Un tempo, in estate inoltrata, avevo l’abitudine di stilare un bilancio dei mesi precedenti. Cosa avevo compiuto di positivo, cosa avrei potuto migliorare, dove sarebbe stato utile intervenire con modifiche per ottenere maggiori risultati. Compilavo elenchi di buoni propositi che avrebbero dovuto condurmi alla felicità.

Un metodo efficace, concreto, che mi ha aiutato a realizzare gran parte dei desiderima nonostante i successi e i traguardi raggiunti, la felicità, per come la intendevo io, non arrivava mai.

Siamo stati abituati a lottare per ottenere, sacrificare tempo, affetti e quello che amiamo fare davvero, in nome di uno o più obiettivi, con l’illusione che l’ottenimento di un buon risultato, avrebbe garantito la felicità.

Identifichiamo questo stato d’animo con la realizzazione dei desideri. Ci impegniamo, lavoriamo, aggiustiamo costantemente il focus per avere tutto sotto controllo, come se la felicità fosse qualcosa da costruire e poi recintare.

Ma che cos’è la felicità?

Difficile rispondere oggettivamente: la felicità è astrazione e in quanto tale non è misurabile, dunque soggettiva.

La mia immagine di felicità è osservare la mia esistenza, percepire che non manca nulla, guardare meravigliato che cosa ho intorno.

È questo il motivo per cui non redigo più programmi, per evitare di marciare al ritmo delle ambizioni che per anni hanno condizionato i miei stati d’animo. Oggi è importante lasciare spazio a un’autentica libertà in cui posso essere me stesso.

Da tempo, ogni sera scrivo un breve riassunto della giornata su un quaderno, senza mai dimenticare di annotare un evento o una situazione positiva, qualcosa che ho imparato, un sorriso, il bello che mi ha attraversato. È un esercizio che suggerisco anche alle persone che seguo. Praticato con costanza ha il potere di cambiare il punto di osservazione della nostra esistenza; non ci si sofferma più sulla mancanza, sul desiderio di quello che non c’è, ma si sposta l’attenzione su quello che è già presente.

Un cambio di prospettiva necessario per comprendere ciò che per noi è più congeniale, che ci rende felici nell’atto stesso in cui lo realizziamo.

La scrittura aiuta a chiarire: è rivelazione.

Nel viaggio verso l’ignoto che alberga in noi, abbattiamo i confini tracciati, i ruoli che recitiamo, liberiamo l’essenza della nostra infanzia, quando il mondo non era altro che un mistero da scoprire.

È la felicità che porta al successo e alla realizzazione, non il contrario.

Indosso le scarpe, mi volto, un ultimo sguardo dove mare e cielo si confondono.

Non è forse questa la felicità? 

Il pensiero vive costantemente nello stato di impermanenza.

Oscillando come un pendolo genera emozioni contrastanti, un conflitto che troppo spesso induce a cercare termini per definire uno stato d’animo. Le definizioni possono essere molte, tuttavia le stesse parole confinano il significato di quello che proviamo: malinconia, pietà, tristezza, compassione, stupore, meraviglia, gioia, struggimento.

Ma non sempre incasellare un sentimento in una parola argina le numerose sfaccettature che le emozioni portano con sé. Il vocabolario non riesce a contenerle, le parole per come siamo abituati a usarle limitano, conducono alla dualità, altalenandosi tra positivo o negativo, bello o brutto, bene o male, giusto o sbagliato.

Vi è capitato di provare gioia e tristezza nello stesso momento? Le sfumature animano la qualità emotiva che percepiamo davanti alla materia, riflettono i sentimenti reagendo nell’intimo tra l’uomo e il mondo esterno. La realtà è fatta di attimi; la percepiamo quando ascoltiamo il beccheggiare di una barca nelle onde lente del mare, quando osserviamo un gabbiano volteggiare nel cielo azzurro disegnando traiettorie improbabili, nell’attimo in cui una foglia si stacca dal ramo planando fino a toccare terra, nel sole che accarezza e scalda la pelle dopo un lungo inverno. In quei momenti il mondo sembra trattenere il respiro, dilata il tempo, la realtà si palesa per quello che è: un fermo immagine che ci scopre sensibili, veri; coinvolti nella natura delle cose, nel momento in cui ricongiunge noi con l’universo, senza bordature o divisioni, interi, pieni di amore. Amiamo perché non siamo eterni, amiamo tutto ciò che è vulnerabile e fragile. La fragilità delle cose e del tempo che passa inesorabile ci rende umani, migliori. Tutto è transitorio e fugace nell’esistenza.

Calarsi nella realtà, percepibile solo nell’attimo eterno che stiamo sperimentando, equivale al confondersi nello spazio temporale, nel qui e ora. Quando ci addentriamo in tale dimensione, accettando l’instabilità, frangenti in cui l’arrendevolezza alla vita apre una visione di struggente bellezza su chi siamo e quello che ci circonda.

Il fascino della scrittura sta nella capacità del non definire il sentire, il tentativo di dare una forma, un tratto di matita che rileggendoci riempiremo con i colori dell’esistenza, senza catalogare o etichettare le emozioni. Osserviamo il dilatarsi dei sentimenti, del tempo, cogliendo nella frazione dell’attimo il significato intrinseco della natura.

È per questo che la letteratura scivola nelle metafore, chi scrive sa che una parola non può contenere in assoluto le sfumature del sentire. Scrivere è un atto meditativo che ci aiuta sfruttare al meglio il tempo a disposizione, considerando che ogni essere o cosa manifesta la sua unicità, e in quanto viva, ha una sua inevitabile fine. Accettare quello che sentiamo, liberandoci degli schemi, imparando a mettere su carta le nostre emozioni senza dover dare una codifica razionale, evita di intrappolarci con dei termini in quelle sfumature emotive che non limitano e che, se lasciate libere, si espandono nell’abbraccio con noi stessi e l’intero creato. Nella penna che scorre su un foglio, i pensieri si acquietano, torniamo al centro: di nuovo vivi, perfetti nella nostra imperfezione.

Manifestiamo noi stessi quando siamo nel posto dove volevamo stare, ma dove volevamo stare di solito non è un luogo, non ha la fisicità che ci saremmo aspettati.

Il mio posto nel mondo l’ho trovato dove sempre era stato, nella mia pelle. Il disagio, quel senso di inquietudine che ho provato per anni non era altro che il sentirmi impossibilitato nel manifestare me stesso. Non ho particolari talenti, niente di cui vantarmi, dunque, per anni ho aderito a un ruolo e ne ho fatto un’identità, un esoscheletro che mi ha sorretto, una maschera che ha difeso le mie fragilità da un mondo che non capivo.

Mi piace l’essere umano, ne sono curioso. Degli altri mi piacciono le loro storie, le loro vite, cosa pensano del mondo, di loro stessi, cosa li muove, quali sono le loro passioni. È ascoltando e leggendo storie che mi sono sentito meno anormale, più incline a pensare che la vita, tutto sommato non ci deve niente, e l’unico obiettivo che avrei dovuto pormi fosse cosa potevo dare al mondo, dare un senso alla vita senza stare ad aspettare che lei desse un senso.

L’esperienza della dissociazione, cioè, quello che pensiamo di essere da quello che siamo veramente, genera una serie di conflitti nella quale siamo sia vittime che carnefici, piccoli suicidi emotivi che ci spingono sempre a trovare nuovi modi per sentirci vivi, in linea con quello che crediamo di essere e di dover fare, per aumentare quel senso di appartenenza che ricerchiamo con noi stessi. Allora facciamo corsi, ci avviciniamo a quello che sembra appassionarci, uno sport, un hobby, una relazione, per poi, una volta esaurita l’energia di un nuovo inizio, torniamo punto e a capo alla linea di partenza.

Spesso rimaniamo in attesa dei frutti, dimenticando di prenderci cura della pianta, e quando i frutti non arrivano, – quello che pensiamo sia necessario per avere un’identità – ci spingiamo alla ricerca di altro, convincendoci che non è quella la strada giusta per il nostro posto nel mondo. Dimentichiamo l’importanza di avere cura della pianta, comprendere appieno il valore che quell’esistenza ha per la semplice ragione di vivere e manifestarsi.

Destrutturare l’esoscheletro è come potare una pianta, togliere il superfluo. 

È stato un procedimento lento, non del tutto indolore. C’è voluta una certa pazienza per far maturare cosa togliere. A volte è bastata una leggera pressione di un polpastrello per staccare le foglie morte dai rami, altre ho dovuto recidere di netto dei rami, e per paradosso, questo è stato meno complicato di quello che immaginavo. Nella sostanza ho separato quello che era già morto, o meglio, non era mai esistito se non nella mia mente.

Credo che se non fossi entrato in contatto con la scrittura questo viaggio nel profondo non avrei avuto il coraggio di affrontarlo. Scrivere di sé è un percorso che ci accompagna nel profondo, e ciò che è profondo non ammette superficialità, o false identità.

“La ricerca è dentro i limiti del proprio mondo, perché se non esiste un mondo a cui si vuole dare forma, non c’è neanche la possibilità di aprire nuove porte”. Domenico Starnone.

Il mio posto nel mondo, l’ho trovato nelle parole scritte. Lì dentro c’è il fuoco dell’essenza, c’è tutto.

Dalla scalinata di Trinità dei Monti guardavo Roma. Il cielo plumbeo schiacciava la città. All’orizzonte una linea netta di azzurro, dritta, come tracciata da un righello; nel mezzo, una palla di fuoco illuminava di rosso i tetti della capitale, sembravano dover prendere fuoco da un momento all’altro.

Ci sono momenti in cui cedo all’incanto, consapevolezze si manifestano dal nulla. Pensai alla dicotomia dei pensieri, alle numerose identità che albergano l’essere umano, le ombre e le luci, le continue lotte tra ciò che vorremmo essere e quello che siamo. A volte i conflitti emergono quando è in atto un cambiamento, decisioni che stentiamo a prendere per vergogna, per paura di deludere.

Siamo più comprensivi con gli altri che con noi stessi, se un amico dicesse di noi tutto quello che ci raccontiamo non resteremmo in sua compagnia più di dieci minuti, eppure è quello che succede a ognuno di noi. Non abbiamo clemenza davanti alla nostra vulnerabilità, alla fragilità, quella sensazione considerata debolezza a cui non vogliamo cedere.

Capita di fallire sul lavoro, di non riuscire a dare quell’esame, che la relazione che stiamo vivendo è giunta a un punto morto, sappiamo che dovremmo chiuderla ma non abbiamo il coraggio. Invece di agire tendiamo a nascondere a noi e agli altri le emozioni che ci schiacciano, rinviando decisioni sopraffatti dal senso colpa, sbagliati, non all’altezza.

Sentiamo il cambiamento, ma c’è un blocco che ci impedisce di progredire, usiamo cattive parole, svalutiamo il nostro essere togliendo energia a quelle forze invisibili che sono dentro ognuno di noi.

Dialoghiamo con noi stessi come fossimo il nostro peggior nemico, l’IO giudicante ci tiene prigionieri, lo fa subdolamente, riportandoci a vecchie memorie inconsce che non sappiamo neanche appartenerci.

Presi dallo zaino il quaderno che porto sempre con me. Scrissi su un foglio tutto quello che non funzionava nella mia vita: le decisioni che non stavo prendendo, le paure, cosa mi avrebbe fatto provare vergogna una volta fatta una scelta? Nella pagina accanto risposi alle mie domande come se a parlarmi fosse stato il mio migliore amico, analizzavo le parole, le sceglievo con cura, ero lontanissimo dal giudizio. 

Quello davanti a me era un uomo con tutto il carico di umanità a cui non avevo donato sufficiente amore. Ascoltai le emozioni in un nuovo movimento, avevo creato una nuova traccia, un passaggio attraverso le ombre.

“ Che cos’è il sigillo della raggiunta libertà? Non provare più vergogna davanti a sé stessi.” (Friedrich Nietzsche)

Mentre scendevo verso Piazza di Spagna alzai gli occhi al cielo, le nuvole di piombo non schiacciavano più la città, le stelle prendevano il loro posto nel blu infinito dell’universo.

Un’antica storia del XV secolo narra dello Shogun Ashikaga Yhoshimasa, collezionista di vasi. A causa di un movimento maldestro, vide il suo vaso più prezioso cadere e andare in mille pezzi. Disperato si recò da un artigiano specializzato in riparazioni, chiedendo di rimettere insieme i pezzi per far tornare quei frammenti di ceramica di nuovo un intero.

Non potendo ricostruire l’oggetto com’era in precedenza, l’artigiano riempì le crepe del vaso con lacca urushi e polvere d’oro. Così nasce il Kintsugi. – Itsugi – oro – Kin – riunire, riparare: l’arte di riparare vasi e ceramiche.

L’artigiano non fa in modo che la frattura non sia mai avvenuta, non lavora al fine di annullare i segni delle crepe, bensì le amplifica, le rende visibili, addirittura preziose: salda i vari frammenti con l’oro. A quel punto il vaso è lo stesso, ma completamente nuovo, unico e irripetibile.

Succede, anche più volte nella vita, che la nostra esistenza vada in frantumi, quello che era un insieme non lo è più, lo ritroviamo in terra in mille piccoli pezzi infranti. Non è facile il tunnel da attraversare dell’inverno emotivo che ne consegue, ci scopriamo frangibili e fragili come non avremmo mai immaginato. Le ferite aperte sembrano carne viva sotto una pioggia di sale, e non è raro in quei momenti pensare che non verranno mai rimarginate. Ci vuole tempo, a volte molto per elaborare e consapevolizzare il dolore del fallimento.

Per quanto mi riguarda è stata la scrittura il mio kintsugi. L’oro che ha rimesso insieme i pezzi della mia vita è stato l’inchiostro, evidenziando un’ opera del tutto nuova e inaspettata del mio essere. Scrivere di me, dei miei fallimenti, ha dato un senso a quello che era avvenuto, dando forma a una nuova storia che ho raccontato sulle pagine dei quaderni che per giorni, mesi e anni mi hanno accompagnato ogni mattina all’alba verso una nuova forma della mia esistenza.

Scrivere ha il potere di mostrare, rivelare la vera natura delle persone. È un atto meditativo che ci porta verso l’essenza: l’anima ci parla, ci guida, emerge con la sua forza dirompente.

Le ferite cicatrizzate, i segni indelebili, le nostre battaglie da cui siamo usciti sconfitti bocconi a terra, raccontano la nostra storia che non dobbiamo mai nascondere, è inutile voler dimenticare da dove veniamo e ciò che siamo stati, non ha senso.

Quando ci rompiamo, anche se siamo ridotti in mille pezzi, dobbiamo avere il coraggio di non buttare via niente. Ripariamo con l’oro le ferite, e torniamo a sognare un futuro migliore, luminoso.

È la nostra vita, c’è da andarne fieri.

Aprii gli occhi prima del solito: fuori era buio, dalla strada non proveniva nessun rumore. Il sogno appena fatto avrebbe segnato la mia vita negli anni a venire. Di solito non ricordo i voli notturni del mio inconscio. Per non dimenticare presi un foglio e una matita, e iniziai a scrivere quello che avevo visto e sentito.

I libri e la scrittura mi hanno sempre affascinato, sin da bambino. Crescendo la vita mi ha portato in tutt’altra direzione, complice il fatto che nella casa dove sono cresciuto, di libri non ce ne sono mai stati.

Fino ai trentacinque anni leggevo due tre libri l’anno, di solito in vacanza, fino a quando una sera arrabbiato per quello che stavo vedendo alla televisione, decisi di spegnerla per non riaccenderla più. Da quel momento, i libri sono diventati parte indissolubile della mia esistenza.

Come quando inizi a camminare mezz’ora la mattina, per poi un giorno allungare il passo e iniziare a correre: così, come logica conseguenza di anni di lettura, avvertivo la necessità di scrivere. Un’esigenza che per mesi, forse anni, non riuscii a dar seguito. Mi sedevo con la pagina bianca davanti senza scrivere nulla. Fino a quella mattina.

Scrivendo, diedi ordine alle confuse immagini oniriche, fino ad avere la descrizione completa di un sogno che sentivo avere un messaggio importante.

Iniziai a scrivere ogni giorno, a volte poche righe sull’agenda di lavoro, altre su fogli improvvisati. Non seguivo uno schema. Mi affascinava l’atto in sé. Prendere una penna e un foglio di carta mi dava la possibilità di avere uno spazio, di stare con me stesso.

Nel libro La via dell’artista di Julia Cameron, che trovai su uno scaffale di una libreria: corso  di dodici settimane sulla creatività e l’espressione artistica: l’autrice consiglia di scrivere tre pagine al mattino. Non fu facile riempire quei fogli bianchi, ma ben presto mi ritrovai un intero quaderno che parlava di me, della mia vita. Ma era tutto vero? Solo mesi più tardi rileggendo quanto scritto, l’immagine che ne usciva era arricchita, impreziosita da fiocchi e merletti; me la stavo raccontando. Non avevo fatto i conti con quello che poi ho scoperto nel tempo: la scrittura non mente mai. Buttai tutto e iniziai da capo.

Gettare la maschera e scrivere onestamente, in alcuni frangenti fu doloroso. Scrivere abbatteva muri: scoprivo cose di me che non immaginavo, vulnerabile davanti a ricordi lontani rimossi dal tempo, cancellati dalla memoria. Le pagine del mattino si riempivano di una storia che stentavo a riconoscere mia, eppure, in alcuni momenti avevo l’impressione che la penna ne sapesse più di me.

La pratica della scrittura apre a nuove infinite possibilità, rivelando l’essenza di che ne fa uso, sorprende con innumerevoli tesori riportando in superficie ricchezze nascoste. Elementi che ci aiutano ad avere una maggiore conoscenza di noi stessi, aprendoci al nuovo, oltre i confini del tempo.

Nel sogno venivo colpito da un fulmine. Se non avessi seguito l’istinto di prendere un foglio con una matita, forse, non avrei avuto la possibilità di comprendere il messaggio recapitatomi nel sonno. Messaggio che ha trasformato la mia vita, un cambio di direzione necessario, prima che fosse troppo tardi.

–       Da bambino cosa sognavi di fare da grande?

Fece questa domanda senza voltarsi, guardava i campi appena arati attraverso il finestrino. Scalai di marcia per arrestare l’auto al semaforo.

–       Il meccanico. Dissi.

Quella sera cenammo in un villaggio di pescatori, in Friuli. Una splendida serata in compagnia di amici. Di ritorno verso casa non pensai ad altro: qual era il mio sogno da bambino? Quella del meccanico era una fantasia nata un giorno che accompagnai mio padre da un lontano parente che aveva una officina, ero affascinato dalle sue mani sporche di grasso che smontavano e rimontavano quello che doveva essere un carburatore, ma non ne sono sicuro. Tuttavia non era quello il mio sogno, non quello di fare il meccanico. C’era altro appeso nella regnatela dei ricordi, qualcosa che faticava a venire a galla.

Stavo per addormentarmi quando un lampo illuminò una stanza del passato. Mi voltai verso il lato opposto del letto, le toccai la spalla, lei alzò il viso dal cuscino:

–       Il giornalista, volevo fare il giornalista.

Sorrise. Chiuse di nuovo gli occhi e tornò a dormire.

Il desiderio di fare della scrittura il mio lavoro da grande, quello che l’anima riconobbe presto, venne interrotto dalla mia professoressa di italiano quando avevo tredici anni, in terza media. Mi accusò di aver copiato un racconto che avevo scritto per un tema sul carnevale. – Troppo bello per essere farina del tuo sacco, – disse davanti a tutta la classe quando finii di leggerlo. Provai imbarazzo e vergogna per essere accusato di una cosa che non avevo commesso.

A quel ricordo, faticai a prendere sonno.

Nel libro il Codice dell’anima, nel capitolo la Teoria della ghianda: James Hillman racconta un aneddoto su Yehudi Menuhin, famoso violinista del XX secolo.

All’età di tre anni, Yehudi chiese ai genitori di avere in regalo per il suo compleanno, un violino come quello del maestro Persinger. Un amico di famiglia, sentite quelle frasi, regalò a Yehudi un violino giocattolo di metallo. Appena Menuhin vide l’oggetto, scoppiò in singhiozzi e scaraventò  con tutte la forza che aveva il giocattolo in terra, e non volle vederlo mai più.

A tre anni le braccia di Yehudi erano troppe corte, e le dita non avevano l’estensione sufficiente per un violino della misura grande, ma la visione lo era per poter contenere la musica che aveva in testa. Doveva assolutamente avere il violino immaginato, perché Menuhin sapeva, istintivamente, che suonare voleva dire essere.

Credo che ogni bambino, sin dalla  tenera età, manifesti sempre la propria identità, la propria natura, osservandolo possiamo farci un’idea da cosa è attratto. In età adulta la scintilla dell’anima in molti casi si raffredda, perde la sua lucentezza. Di solito è solo un appannamento: la fiamma non si spegne mai del tutto. Il fuoco torna a trovarci costantemente, non ci abbandona mai.

Attraverso i ricordi dell’infanzia possiamo tornare a dialogare con noi stessi, evitando di non ascoltare quel richiamo primordiale che porta nuova linfa, nuove energie a qualsiasi età.

Dunque è questo che chiamiamo vocazione: la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo?”     Josephine Baker

Se un desiderio torna costante nel tempo, forse è il caso di dargli la possibilità di rivelarsi, affinché porti nuova luce nella nostra esistenza, al nostro essere profondo.